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La mia seconda volta al Rally Dakar

Immagine dell'attrezzatura da lavoro di Franco Iannone durante il Dakar Rally

A gennaio del 2019 arrivo per la seconda volta a Lima, in Perù, con lo scopo di seguire la 41° edizione della Dakar (nel 2018 vi avevo accompagnato i piloti Fausto Vignola e Maurizio Gerini).

Rinnovo infatti anche quest’anno la mia passione per una gara indubbiamente affascinante, a cui ho sempre sognato di partecipare, se non da pilota, almeno da reporter.

Rally Dakar 2019: la più temibile delle gare

Grazie alla collaborazione con la Motul ricevo l’incarico di seguire i 7 piloti di moto italiani in gara, da subito ribattezzati “I magnifici 7“: Jacopo Cerutti col numero 33, in sella alla sua Husqvarna FR 450 Rally; Maurizio Gerini con la stessa moto ma con il numero 42; 95 e 96 sono i numeri destinati rispettivamente a Mirko Pavan e Mirco Miotto, entrambi su una Beta RR 420; su KTM 450 Rally Factory Replica il numero 117 Gabriele Minelli; 141 è il numero di Elio Aglioni, in sella a una Husqvarna 450 FE; e infine, il numero 143 Nicola Dutto, su KTM 450 EXC-F, primo pilota con disabilità nella storia di questo rally.

Tutti in moto verso Lima, da dove parte la Dakar 2019

La Dakar si presenta come una carovana, un insolito circo composto da centinaia tra camion, autovetture e moto. Salpata dal porto di Le Havre, la mega nave “Patrimonio Leader (che trasporta 270 veicoli da corsa) attraversa l’Atlantico e il canale di Panama, per consegnare il suo prezioso carico ai restanti veicoli provenienti dalle Americhe e destinati alla “gara delle gare“, la mitica Dakar.

Dieci le tappe previste, con partenza dalla spiaggia di Magdalena, che rappresenta anche la meta conclusiva della competizione; 534 i piloti che si cimentano in una prova per cui si sono preparati a lungo e senza tregua; 334 i veicoli provenienti da tutto il mondo (167 tra quad e moto, 126 auto e 41 camion) e che non aspettano altro di confrontarsi con la polvere.

Immagine del parco chiuso al Dakar Rally 2019

Le moto al parco chiuso durante la Dakar Rally 2019

Una edizione sottotono

L’edizione 41 della Dakar che si è tenuta in Perù dal 6 al 17 gennaio del 2019 è stata forse la più anomala della storia. Nell’immaginario collettivo la Dakar è infatti sinonimo di competizione estrema, in cui i piloti si confrontano con i propri stessi limiti.

Questa volta tuttavia, si è arrivati a 2951 chilometri sui 5500 previsti, tutti corsi in un unico stato, e in un periodo limitato, al punto da essere stata definita da Franco Acerbis una gara “triste e monotona“.

Nelle intenzioni degli organizzatori della competizione, invece, la “brevità” del percorso sarebbe stata compensata dalla sua complessità, con un tracciato ricco di ostacoli ed estremamente tecnico, composto al 70% da sabbia, e quindi particolarmente logorante, dal punto di vista fisico, per i piloti.

Immagine del campeggio notturno durante il Dakar Rally

Un campeggio notturno degli addetti ai lavori durante il Dakar Rally

Come si è conclusa la Dakar 2019

Sappiamo che il neozelandese Toby Price è il vincitore assoluto della Dakar 2019.

Dei sette piloti italiani in gara, solo tre riescono a portare a termine l’impresa: primo fra tutti il ligure Maurizio Gerini che riesce ad aggiudicarsi il 14° posto assoluto; l’aretino Gabriele Minelli giunge a Lima ottenendo il 73°posto.

Infine, ricordo con piacere colui che ha forse suscitato la simpatia di tutti: il veneto Mirko Pavan, che alla sua prima Dakar e senza assistenza, è riuscito dopo anni a partecipare alla tanto agognata gara, la più difficile di tutte, conquistando la 54°posizione.

Una esperienza unica e un arrivederci all’edizione 2020

Per circa dieci giorni ho seguito le imprese dei nostri piloti. Li ho visti cadere e riprendersi, ammalarsi e continuare a correre, ascoltarsi e aiutarsi come fratelli, e io insieme a loro, non potevo che partecipare emotivamente alle loro storie, come parte integrante di una grande famiglia.

Immagine di Franco Iannone al Dakar Rally del 2019

Primo piano di Franco al campo del Rally Dakar del 2019

La Dakar è sicuramente una competizione sfiancante, la più logorante di tutte, certo, ma quello che è più gravoso, per i piloti e per tutti i partecipanti in generale, compresi i reporter, è trovarsi costantemente di fronte a se stessi e ai propri limiti, in un contesto estraneo ed estraniante, per scoprire a fatica che non c’è gara più temibile di quella che intraprendi con te stesso.

Non ci resta che aspettare l’edizione 2020!

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